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Viaggi e pellegrini

4 febbraio 2006

I pellegrinaggi in Terrasanta iniziarono subito dopo che l’ imperatore Costantino fece edificare la Chiesa del Santo Sepolcro e il primo pellegrinaggio “eccellente” fu quello di sua madre Elena nel 326.Tra cronaca e leggenda si dice che lei rinvenne un sepolcro scavato sotto il tempio di Venere Astante, identificato come quello di Giuseppe di Arimatea, una grotta nel Monte degli Ulivi dove Gesù avrebbe insegnato il Padre Nostro al discepoli e la grotta della Natività a Betlemme. Ad Elena si devono la costruzione della basilica di Betlemme e di quella sul Monte degli Ulivi. La suocera di Costantino Eutropia, la moglie di Teodosio II Eudossia, ed Egeria, monaca iberica del IV secolo, furono protagoniste della diffusione dei primi pellegrinaggi. Egeria ha lasciato un diario dettagliato che ci permette di ricostruire tutto il suo viaggio attraverso le maggiori tappe a Costantinopoli ed a Gerusalemme. Con l’afflusso dei pellegrini si innestò il processo di monumentalizzazione dei Luoghi Santi cristiani, avviato con la sistemazione delle grandi basiliche costantiniane. Viene così a poco a poco a delinearsi la forma cristiana di Gerusalemme e di tutta la Terrasanta, sconvolta dall’intervento romano. Il diario dell’anonimo pellegrino di Piacenza del 570 paragonato a quello a quello di Egeria rivela chiaramente come in due secoli le costruzioni delle chiese e degli ostelli nel luoghi santi si fossero moltiplicate e nel contempo si fossero arricchite anche le leggende sulle reliquie. Con la musulmana il pellegrinaggio al Luoghi Santi subì una interruzione. Tra il VII e il X secolo la navigazione tra Oriente e Occidente divenne difficile e problematica. Fu difficoltoso anche spostarsi a piedi per l’insicurezza dell’area balcanica percorsa da Slavi, Avari e Ungari. Per queste difficoltà il rallentamento del flusso dei pellegrini ebbe come contropartita l’afflusso verso il mondo cristiano delle reliquie provenienti dalle terre bizantine e la creazione di una serie di Santuari che cercavano di riproporre in patria ciò che i pellegrini avrebbero potuto vedere in Terrasanta. Nel 1033i pellegrinaggi verso i Luoghi Santi ebbero grande impulso con l’ impegno per la ricostruzione della basilica del Santo Sepolcro e molti pellegrini, mossi dalle paure apocalittiche, si riversarono in Palestina nella speranza che la fine dei tempi li cogliesse in prossimità della valle di Giosafat. Così nel 1065, anno in cui la Pasqua cadeva il 26 marzo in coincidenza con quella ritenuta della Risurrezione storica, una folla di pellegrini partì dalla Germania per prepararsi in Gerusalemme al giorno del giudizio universale. Nel 1221 si recò a Gerusalemme in pellegrinaggio San Francesco, accompagnato e poi seguito da molti frati che, in seguito, si stabilirono in Terrasanta. Essi elaborarono guide, itinerari e ricche descrizioni dei stessi costituendo un’importante documentazione di riferimento per tutti coloro che intendessero intraprendere l’affascinante, ma pericoloso, viaggio verso la Terrasanta. Le diverse spedizioni crociate che si susseguirono a intervalli regolari tra la fine dell’XI e la metà del XIII secolo portarono un grande scompiglio negli orizzonti religiosi e canonici del pellegrinaggio. Infatti la crociata venne concepita come opera di penitenza, condividendo i privilegi e le immunità che la chiesa aveva elaborato nel tempo per favorire e proteggere materialmente quanti si assumevano l’impegno di un pellegrinaggio. Il pellegrinaggio vero e proprio però non si interruppe mai, neppure durante le spedizioni crociate, ma il proliferare di santuari in cui erano riprodotti i Luoghi santi, come le Case di Nazaret, i Sacri Monti o le Gerusalemme traslate nel quali si anticipava la devozione moderna della Via Crucis, rendeva possibile interiorizzare il pellegrinaggio trasferendolo dal piano materiale a quello mistico. Il desiderio di compiere pellegrinaggi è profondamente radicato nella natura umana. Come atto penitenziale e di devozione il pellegrinaggio è attestato in testi religiosi pagani molto antichi e nella Bibbia. Gli Ebrei infatti erano tenuti a recarsi a Gerusalemme tre volte all’anno in occasione delle feste di Pèsach’, Shavuoth’ e Sukkoth’. Gli elementi comuni a tutti i pellegrinaggi erano la scelta del luogo significativo per la devozione, il cammino individuale o di gruppo e le finalità del viaggio, che si identificano in genere con il sacrificio. Nell’ambito biblico il pellegrinaggio rimandava alla condizione del popolo ebraico inizialmente nomade e l’occasione del pellegrinaggio a Gerusalemme era anche motivo di rinsaldare i legami fra clan. Con il pellegrinaggio quindi non solo si acquistava un nuovo rapporto con la spiritualità e con la fede personale, ma anche il significato sociale era particolarmente intenso. Agli albori del cristianesimo i pellegrinaggi erano rari poiché il pensiero cristiano della Chiesa nascente tendeva ad accentuare la divinità e l’universalità di Cristo, piuttosto che la sua umanità. Il numero di pellegrini aumentò durante il secolo VIII. I cristiani, usciti allo scoperto dopo secoli di clandestinità volevano vedere con i propri occhi i luoghi dove Gesù era nato, era vissuto, aveva predicato, ma soprattutto dove era morto e risorto. Recarsi in Palestina quindi significava trovare una conferma per la propria fede e onorare i luoghi in cui Gesù aveva operato. I pellegrini provenivano dalle più differenti classi sociali; vi erano sia ricchi che poveri, colti e analfabeti, religiosi e laici , vecchi e giovani. Soltanto le , fino all’800, per intraprendere il cammino verso la Terrasanta avevano bisogno di una speciale dispensa, poiché il papa Gregorio XIII aveva proibito alle il pellegrinaggio sotto pena di scomunica. Erano animati da una grande fede religiosa e, spesso, erano pronti alla morte che, molte volte, li colpiva durante il cammino per le guerre, i predoni o le difficoltà del viaggio. Tra il VII e I’VIII secolo ad opera dei monaci missionari irlandesi si diffuse la concezione cristiana della vita come ininterrotta peregrinazione. Contemporaneamente la riforma della penitenza canonica, che prevedeva una corrispondenza tra i possibili peccati e le varie pene, favori anche i pellegrinaggi come espiazione delle colpe. I pellegrini che intraprendevano il viaggio ad espiazione di peccati particolari venivano spogliati dell’abito mondano, simbolo del passato di peccato, nel corso di una suggestiva cerimonia e rivestiti di un nuovo abito umile e modesto, simbolo del cambiamento che intendevano operare in se stessi. Tutti i pellegrini erano comunque contrassegnati da particolari segni a seconda della loro meta: se diretti a Gerusalemme portavano una croce o una palma idealmente raccolta a Gerico. Nell’iconografia medioevale il pellegrino che si reca a piedi nei luoghi di culto indossa un mantello lungo fino ai piedi con un cappuccio detto pellegrina oppure con un cappello rotondo a tese larghe tenuto fermo da un laccio. Immancabilmente impugna un bastone da marcia e porta una bisaccia sufficiente per il minimo indispensabile al viaggio. Molti non si accontentavano di vedere e pregare sul luoghi di culto, ma una volta ritornati volevano tenersi vicino le reliquie, cioè piccole porzioni dei resti mortali dei santi o degli oggetti appartenuti a Gesù o al santi e ai martiri. Questo desiderio, che alimenta nel medioevo un animato passaggio di reliquie, è segnato dal bisogno di riportare con sé, una volta intrapreso il non facile ritorno, un oggetto che continui a rappresentare un legame tangibile con la straordinaria esperienza vissuta. Nel secoli IX e X poi vescovi e confessori imposero anche ai pellegrini mete precise al raggiungimento delle quali era legata la remissione della colpa. Alcuni pellegrini possedevano delle cartine con alcuni punti di riferimento, ma la mappa più importante della Terrasanta fu scoperta nel 1896 in una chiesa di Madaba, località dell’attuale Giordania, dove, durante alcuni lavori, fu portato alla luce un mosaico molto ben conservato che risale al secolo VI e che riporta buona parte dei luoghi visitati dal pellegrini. Finché osserva
vano una buona condotta, i pellegrini avevano un’accoglienza ospitale negli ospizi costruiti appositamente lungo le strade da vari ordini religiosi. In Gerusalemme stessa i pellegrini potevano fermarsi all’Ospedale di San Giovanni. Del 333 è il celebre Itinerarium a Burdigala Jerusalem usque, un diario di viaggio lasciato da un anonimo pellegrino. Partendo da Bordeaux (Burdigala) in Francia giunse a Gerusalemme camminando lungo la Via Domitia da Tolosa ad Arles, superando le Alpi al Passo del Moncenisio. Giunto in Italia da Torino si diresse verso Aquileia seguendo un lungo tratto della Via Postumia, la strada romana che collegava il porto di Genova con Aquileia attraverso Tortona, Piacenza, Cremona, Verona e Vicenza. Percorse poi la Penisola balcanica fino a Costantinopoli quindi raggiunse la Terrasanta. Per il viaggio di ritorno l’anonimo pellegrino francese sceglie di percorrere un tratto via mare sbarcando ad Otranto e da quella città raggiungere Roma attraverso la Via Appia Traiana che si dirigeva a Benevento toccando Brindisi, Bari e Canosa. I via mare sono preferiti a partire dalla fine del Duecento. La via di terra, attraverso i Balcani e la Turchia, era molto più lunga e difficoltosa e, a causa del frequente stato di guerra, era utilizzata preferibilmente dal crociati. Il viaggio per la via di terra, benché fosse lento, era molto meno costoso e molto più indicato per gruppi numerosi. Al viaggio attraverso la via balcanica, seguendo i tracciati delle importanti consolari romane, si sostituirono, per le ragioni indicate, i percorsi attraverso l’Italia lungo la Via Francigena e l’imbarco dal porti pugliesi. Molte le testimonianze dell’età medioevale che attestano il transito per Roma dei pellegrini diretti in Terrasanta: seguirono la Via Francigena l’abate islandese Nlkulas di Munkathvera nel 1154, il re di Francia Filippo Augusto di ritorno dalla III Crociata nel 1191. Da Roma per tutto il medioevo il collegamento con i porti pugliesi seguiva le direttrici offerte dal sistema delle consolari romane: la Via Appia conduceva a Capua dove iniziava il prolungamento che, attraverso Benevento, Eclano e Venosa, giungeva a Taranto e proseguiva per Brindisi. Le città portuali della Puglia potevano essere raggiunte anche seguendo i percorsi del litorale adriatico che si staccavano da Rimini, nodo stradale a cui facevano capo la Via Flaminia da sud e la Via Emilia da nord. I pellegrini che sceglievano la costa, prima di imbarcarsi per la Terrasanta, solitamente facevano visita al Santuario di San Michele Arcangelo sul Monte Gargano. Dagli imbarchi pugliesi i pellegrini giungevano a Giaffa, il porto sul territorio della Palestina più vicino a Gerusalemme. A partire dal XIV secolo, il maggior porto d’imbarco divenne Venezia, ormai padrona incontrastata dell’Adriatico. Venezia era il porto preferito rispetto a tutti gli altri perché garantiva sicurezza ed affidabilità, anche se molti pellegrini non resistevano alle tempeste, alle incursioni dei pirati, alle carestie e alle fatiche che dovevano sopportare durante la navigazione. Si trovano anche testimonianze di pellegrini che, dopo essersi recati a Roma, risalivano la penisola per imbarcarsi a Venezia alla volta della Terrasanta. La Serenissima arrivò a detenere un vero e proprio monopolio dei pellegrinaggi in Terrasanta fornendo le proprie navi anche in altri porti dell’Adriatico. I da Venezia alla Terrasanta venivano organizzati due volte all’anno, in due periodi precisi: viaggio di Pasqua tra aprile e maggio e d’inverno tra settembre e ottobre. Il percorso seguiva il tratto della costa dalmata passando poi dal depositi commerciali veneziani in Grecia, a Rodi e a Cipro, fino ad arrivare a Giaffa, sulla costa asiatica. Il viaggio via mare durava dal 20 ai 50 giorni e prevedeva per i pellegrini una permanenza in Terrasanta di 15-20 giorni. In alternativa i pellegrini potevano scegliere di intraprendere il loro viaggio verso la Terrasanta imbarcandosi a Livorno e navigando lungo la costa tirrenica dell’Italia, toccando poi la Sicilia, Malta, Creta e arrivare a Giaffa passando da Cipro. In questo caso però ci si doveva affidare al caso e alla fortuna per trovare gli imbarchi.Appena ottenevano il permesso di sbarco, i pellegrini erano accolti a Giaffa da alcuni frati francescani che li accompagnavano in carovana a Gerusalemme. Il pellegrinaggio ordinario prevedeva la visita alle principali chiese della città, al Santo Sepolcro, alla Via Dolorosa, al monte degli Ulivi, alla valle di Josafat ed a Betlemme.

Venezia e Terrasanta

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