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Associazione popoli minacciati

3 settembre 2006

Attorno alla fine degli anni Ottanta la questione indigena è tornata alla ribalta, prima in sordina, poi con forza sempre maggiore. Basti pensare all’Amazzonia, alla lotta dei popoli polinesiani contro gli esperimenti nucleari, oppure a quella degli Apache per la difesa del Monte Graham. Inoltre, com’è noto, buona parte dei conflitti che travagliano il pianeta vedono coinvolti proprio dei popoli originari: dai Tuareg agli Apache, dagli Ogoni della Nigeria ai Maya del Chiapas, dalla tragedia timorese a quella tibetana. Un fenomeno la cui rilevanza viene confermata dai numerosi Premi Nobel che negli ultimi sette anni sono stati conferiti a rappresentanti di popoli autoctoni: il Dalai Lama (1989), Rigoberta Menchù (1992), Monsignor Carlos Felipe Ximenes Belo e José Ramos Horta (1996).A tutto questo si aggiunge il rinnovato interesse del mondo artistico e culturale, come testimoniano il cinema (da Balla coi lupi a Once were warriors), la crescente attenzione del mondo editoriale e lo stesso fenomeno della world music, che ha dato fama inattesa ad artisti africani e kurdi, siberiani e lapponi. La conferma più recente viene dall’ultima Biennale di Venezia, dove il padiglione australiano era dedicato a tre pittrici aborigene. In questo fermento si inserisce con particolare autorità il Decennio Internazionale dei Popoli Indigeni, inaugurato a New York il 10 dicembre 1994. L’ambiziosa iniziativa promossa dall’ONU ha l’obiettivo di contribuire a risolvere almeno i più urgenti problemi dei 300.000.000 di indigeni che vivono oggi sul nostro pianeta. Un’iniziativa importante ma ancora sostanzialmente ignota in Italia. E’ proprio per questo che l’Associazione per i Popoli Minacciati ha proposto alla Commissione per la pace del Comune di Firenze la realizzazione di questo volume.

Alessandro Michelucci


La questione indigena
L’atteggiamento dell’europeo medio nei confronti dei popoli indigeni è spesso venato di disprezzo o comunque di scarso rispetto. Ancora oggi, nonostante tutto quello che viene detto e scritto sulla società multiculturale o multietnica, rimangono dei grossi nodi irrisolti: i popoli autoctoni vengono spesso considerati dei selvaggi da convertire al consumismo oppure graziosi oggetti colorati che “fanno folklore”, ma in ogni caso ruderi viventi. Naturalmente non ha senso pretendere che tutti si trasformino ipso facto in ardenti sostenitori delle cause indigene: è importante, invece, che ognuno cerchi di sbarazzarsi degli stereotipi eurocentrici e coltivi un approccio fondato sul rispetto. Solo in questo modo sarà possibile cogliere la ricchezza culturale dei popoli in questione. Ma cosa intendiamo, oggi, quando parliamo di popoli indigeni? In senso lato, è indigeno qualunque abitante originario di un dato luogo. In senso stretto, ed è quello che generalmente si preferisce, il termine è riferito agli abitanti autoctoni e precoloniali di un paese. In molte parti della Terra i popoli indigeni sono minoranze etniche, ma anche là dove superano il 50% della popolazione, come in Bolivia o Guatemala, sono comunque ridotti a minoranze di fatto. Nel mondo vivono oggi circa 300.000.000 di indigeni. Fra questi, per esempio, troviamo gli Indiani del Nordamerica, gli aborigeni australiani, i popoli della Siberia, gli Hawaiiani, i Maori della Nuova Zelanda, i Tuareg, i Penan della Malesia, i Sami della Scandinavia (in Italia meglio noti come Lapponi). In alcuni casi si tratta di etnie che contano diversi milioni, come i Quechua od i Maya, mentre più spesso abbiamo davanti popoli che arrivano a poche decine o centinaia di migliaia. Altri ancora, purtroppo, sono spaventosamente vicini all’estinzione (si pensi a certi popoli del Pacifico, della Siberia o dell’Amazzonia). Pur essendo naturalmente diversissimi fra loro per storia, cultura e modo di vivere, questi popoli hanno in comune qualcosa di sostanziale: un particolare rapporto col territorio e con l’ambiente, un rapporto che ha come obiettivo la conservazione. Si considerano parte della natura (la Madre Terra), la cui distruzione minaccerebbe quindi la loro stessa sopravvivenza. Il territorio non è soltanto la base della loro vita fisica, ma anche di quella spirituale. Nelle culture indigene le sorgenti, i fiumi, i luoghi di sepoltura e le montagne rivestono infatti un ruolo centrale. Basta pensare al Monte Graham per gli Apache o ad Ayers Rock per gli aborigeni australiani. Questo stretto legame fra terra e religione spiega perchè la devastazione ambientale o la migrazione forzata possono causare la disgregazione delle società autoctone. Problemi di tragica attualità, che le cronache degli ultimi anni documentano con frequenza sempre maggiore: la deforestazione dell’Amazzonia, delle foreste malesi, della taiga. Questo porta con sè lo sradicamento culturale (etnocidio), che laddove viene contrastato spesso si trasforma in massacri ed altri metodi di sterminio (genocidio), come l’avvelenamento dei fiumi o degli alberi. In altre parole, vengono violati i loro diritti umani, civili, politici. Ma la loro resistenza non è stata ancora piegata: pur avendo già perso molto in termini culturali ed ambientali, i popoli indigeni della Terra sono oggi raccolti in movimenti locali ed internazionali per portare avanti una lotta in sintonia coi tempi, in costante contatto con l’ONU e gli altri organismi sovranazionali. Naturalmente lo spazio a nostra disposizione non ci consente di tracciare una panoramica esaustiva delle lotte indigene che costellano il pianeta. Non bisogna però dimenticare, fra le altre cose, che a mezzo secolo dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) sono ancora molti i popoli che vivono in colonie o in territori permanentemente occupati. Sei paesi europei, tutti membri dell’Unione Europea (Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo e Spagna) conservano ancora una trentina di colonie nell’emisfero meridionale del pianeta, anche se spesso sono camuffate dietro una terminologia pudica come territori d’oltre mare o simili . Ma anche numerosi paesi extraeuropei, spesso ex-colonie europee, hanno tradito lo spirito anticolonialista del non-allineamento. L’Indonesia occupa la parte occidentale di Papua dal 1963 e quella orientale di Timor dal 1975. Il Marocco si oppone alla creazione di una repubblica saharawi nei territori dell’ex Sahara spagnolo. La Cina ha annesso il Tibet negli anni Cinquanta, con conseguenze culturali ed ambientali disastrose. Nella gran parte dei casi i popoli indigeni non aspirano ad un proprio stato, almeno che non ne avessero già uno in precedenza. Il loro obiettivo è quasi sempre l’autonomia, con particolare attenzione per i diritti territoriali: è il caso degli Indiani d’America, dei Maori o dei popoli artici. In altri casi, specie in Asia e in Africa, è invece la religione che assume un ruolo di primo piano nelle loro rivendicazioni. Pensiamo ai Nuba del Sudan, che lottano contro l’islamizzazione promossa dal governo; agli Uiguri, musulmani dello Xinjang (Cina nord-occidentale); al politeismo ed allo sciamanesimo, che con buona pace del dialogo interreligioso vengono ancor oggi repressi in nome della cristianizzazione. Terre, uomini, culture al centro di una tragedia umana che purtroppo beneficia di un’attenzione ancora molto scarsa.

Elisabeth Kumi

Alessandro Michelucci


Popoli autoctoni
Negli anni Cinquanta vari popoli indigeni sono già organizzati a livello locale: fra questi, gli Indiani del Nordamerica con il Congresso Nazionale degli Indiani d’America (NCAI) ed i Sami (Lapponi) con l’Associazione dei Sami Svedesi (SSR). Bisogna però attendere gli anni Settanta perchè si formino le prime organizzazioni a livello regionale ed internazionale. Nel 1973 si tiene a Copenaghen la Prima Conferenza dei Popoli Artici, che riunisce Inuit, Sami ed Indiani d’America. L’anno successivo viene fondato il Consiglio Internazionale dei Trattati Indiani (IITC), attraverso il quale le lotte dei nativi nordamericani otterranno dignità giuridica e rilievo internazionale. Gli avvenimenti si succedono ormai con ritmo febbrile: nel 1975 nasce a Port Alberni (Columbia Britannica/Canada) il Consiglio Mondiale dei Popoli Indigeni, che vede fra i fondatori George Manuel, indiano shuswap autore del libro The Fourth World, l’artista lappone Nils- Aslak Valkeapaä ed Helge Kleivan, il grande antropologo norvegese che nel 1968 ha già fondato il prestigioso IWGIA. Per la prima volta Maori ed Eschimesi, Indiani e aborigeni australiani cercano di definire una politica comune. La creazione del nuovo organismo segna una tappa fondamentale, e negli anni successivi altri popoli, come gli Ainu del Giappone e gli indios sudamericani, vanno ad ingrossarne le fila. Nel frattempo cambia rotta anche l’ONU, finora sorda al problema indigeno, che organizza a Ginevra una conferenza internazionale sulla discriminazione dei popoli amerindiani (1977). Proprio nello stesso periodo nasce a Barrow (Alaska) la Conferenza Circumpolare Inuit, che promuoverà le istanze eschimesi a livello internazionale. Dal canto loro, i popoli del Pacifico meridionale si uniscono per opporsi al colonialismo nucleare di cui si parla diffusamente altrove: nel 1980 vede la luce il Movimento per un Pacifico Denuclearizzato ed Indipendente (NCIP). Pochi anni più tardi nasce in Australia il Servizio Legale Aborigeno (NAAILS), che intende portare avanti le rivendicazioni indigene avvalendosi di un robusto retroterra giuridico. Il Gruppo di Lavoro dell’ONU sui Popoli Indigeni (UNWGIP), che si inaugura nel 1982, conferma il crescente interesse delle Nazioni Unite per la questione indigena. La riunione del nuovo organismo, che inizia a tenersi regolarmente ogni estate a Ginevra, diventa un forum internazionale al quale partecipano rappresentanti indigeni, attivisti ed esponenti governativi. Nel corso degli anni Ottanta il Gruppo di Lavoro è impegnato nell’elaborazione di una Carta dei Diritti Indigeni. Un precedente è rappresentato dalla Convenzione 107 dell’Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), stilata nel 1957 e rivista nel 1989, anche se diversi esponenti indigeni continuano a dichiararsi insoddisfatti da questo documento. La fine dell’Unione Sovietica favorisce i primi contatti fra i popoli indigeni della Siberia, che si uniscono per dar vita all’Associazione dei Piccoli Popoli del Nord. Attorno all’avvocato Michael van Walt van Praag, già consulente del Dalai Lama, nasce nel 1991 all’Aia l’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli Non Riconosciuti (UNPO). Si tratta del primo organismo che riunisce i popoli minacciati senza limiti geografici – dai Mapuche ai Timoresi, dai Kurdi agli Ungheresi della Transilvania. Esistevano già diversi organismi analoghi, ma le minoranze europee ed i popoli indigeni rimanevano comunque ben distinti e rappresentati da organismi quasi impermeabili fra loro. L’UNPO non accetta movimenti terroristici o che comunque facciano uso della violenza. Il suo scopo principale è quello di fornire alle minoranze un valido supporto giuridico per l’affermazione dei loro diritti. Sempre all’inizio degli anni Novanta si intensificano le iniziative che cercano di dare spazio ad un aspetto molto particolare della questione indigena: quello che riguarda il continente africano. Si segnalano in particolare la conferenza di Dar es Salam (Tanzania, 1992) e quella di Copenaghen (1993), quest’ultima organizzata dal prestigioso IWGIA. Nel luglio 1997, durante la quindicesima sessione del Gruppo di Lavoro dell’ONU sui Popoli Indigeni (UNWGIP), si delinea la costituzione di un’associazione che riunisca i popoli indigeni del continente nero. Negli ultimi anni anche l’Europa inizia a giocare un ruolo attivo, che si sostanzia nella creazione dell’Alleanza Europea per i Popoli Indigeni (EAIP), un organismo di coordinamento che raccoglie le principali associazioni continentali. L’impegno europeo prosegue fra il 1995 ed il 1996 con le conferenze organizzate dal Centro Olandese per i Popoli Indigeni (NCIV), nelle quali le organizzazioni per la difesa dei popoli autoctoni cercano di individuare una strategia più incisiva nei confronti delle istituzioni comunitarie.