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Donne nel mondo

6 settembre 2006

Nel mondo del terzo millennio le donne sono in varia misura discriminate, nei paesi occidentali più “avanzati” le conquiste per l’ emancipazione femminile hanno risolto i problemi più evidenti, ma alcuni diritti, il lavoro, la famiglia e altre condizioni oggettive contengono retaggi discriminatori oggetto di dibattito sociale e politico. Nel resto del mondo la situazione è legata a culture, tradizioni, religioni ed ideologie che discriminano pesantemente le donne, spesso ne condizionano drammaticamente l’ esistenza o le sprofondano in una tragica e insostenibile condizione.Si pensa che la condizione femminile più umiliante sia nel mondo islamico, ma è drammaticamente comune in Africa,medio oriente ,Asia orientale, America Latina, Oceania, anche dove tradizioni e religioni appaiono “affascinanti” ai superficiali approcci occidentali.Alcune tradizioni e consuetudini africane, il tanto decantato “spiritualismo” hindu o buddista, i modi di esistere arcaici e “naturali” che contengono nell’ essenza ideologica tragiche forme di sottomissione, umiliazione e violenza per le donne. Ruolo subalterno a tutti i livelli della società, dalla famiglia alla comunità, “acquisto” della moglie senza consenso, poligamia, ripudio matrimoniale, sfruttamento di figlie, sorelle e mogli, violenze quotidiane “codificate” dalle tradizioni, mutilazioni genitali e deformazioni fisiche per un concetto tutto maschile di “integrità” e “bellezza”, condanne al solo sospetto di infedeltà comportamento ritenuto “disonorevole”. Spesso “cultura” e “tradizioni” locali sono consuetudine sociale e giuridica, dappertutto la nascita di una femmina è ritenuta un evento negativo che individua fin da bambina un essere inferiore da sfruttare, ma in alcune “tradizioni” la soppressione fisica di tale disgrazia è ritenuta “comprensibile”. Nei tanto celebrati universi hindu e buddista indiano e indocinese l’ infanticidio femminile è pratica antica, non sono rare creaturine neonate abbandonate per la strada, è frequente non curare le piccole ammalate o nutrirle poco sperando in una soppressione “naturale”, mentre in Cina la pianificazione delle nascite predispone all’ aborto di future femmine, preferendo tenersi i maschi.La discriminazione nella sessualità è dappertutto, solo in Africa ad oltre cento milioni di donne è negata con le mutilazioni genitali, per gran parte delle culture asiatiche la femmina è oggetto di piacere, mai soggetto, in molte di quelle dell’ Oceania e dell’ America Latina la donna non è mai protagonista della sessualità ma la subisce. La violenza sessuale è spesso pratica a tutti i livelli della società, ma oltre all’ umiliazione di subirla la donna è per sua natura responsabile e da condannare, non solo nei paesi islamici più integralisti, ma anche in India e il resto dell’ Asia hindu e buddista, nelle città africane dei vari culti tradizionali, nelle favelas sudamericane cattoliche e in tutto quel mondo dove l’ universo femminile è negato.Sono i concetti stessi di cultura, tradizione ed etnia, tanto adoperati a sproposito, quanto incompresi da superficiali ideologie, che costituiscono spesso l’ humus della condizione femminile e i conflitti che sorgono in loro nome ne sono gli esempi più evidenti. Massacri in nome dell’ identità etnica dall’ Africa alla Yugoslavia frammentata in decine di etnie, dallo sbriciolamento dell ‘ Impero Sovietico al Sud Est asiatico, le donne sono oggetto del disprezzo e dell’ odio etnico. La sua miserabile esistenza nella cultura di appartenenza, diviene simbolo dell’ odio avversario quale madre, moglie, sorella del nemico, quale “fattrice” di esso e da uccidere, seviziare, violentare e umiliare.La drammaticità della condizione delle donne non sta solo nella riduzione della loro vita a sopravvivenza, ai matrimoni coatti, agli infanticidi, alle violenze e agli stupri, ma anche nella quotidianità e nel lavoro, come “fardelli” di un’ esistenza negata da culture, religioni, ideologie e tradizioni che in tanti ne proclamano il “rispetto” .Il manicheismo è un vizio dell’ occidente che produce l’ incomprensione del mondo.Da una parte chi vuole preservare l’ Europa dall’ invasione di immigrati che, più o meno considera tutti predisposti a delinquere o comunque a turbare un’ equilibrio culturale, dall’ altra chi si erge a paladino della difesa di culture, religioni, tradizioni e quant’ altro che poi spesso hanno prodotto lo scempio delle donne.L’ occidente a volte si scuote con vicende internazionali che fanno distrattamente scoprire realtà lontane, nascoste, spesso ignote di un mondo tanto lontano quanto dimenticato e per le vicende afgane televisione, stampa e tutto il poderoso apparato mediatico hanno riproposto quotidianamente immagini di donne velate come fantasmi vaganti ai margini di un universo nel quale ogni diritto è loro negato.Ma tale condizione non è relegata a quei paesi soffocati dall’ integralismo islamico, è presente in gran parte del mondo dove storia, cultura, religione e tradizioni sono diverse, ma dove la realtà femminile è altrettanto condizionata, soffocata, repressa.Lo è anche nei paesi dove nulla impedisce alle donne di vivere e lavorare come un uomo, ma di fatto non permette di rivelare completamente le proprie potenzialità.Aldilà della notizia, dell’ informazione, della globalizzazione mediatica, solo il “viaggio” può ricondurre la percezione del mondo alla sua essenza originaria, quell’ esperienza diretta che nasce dall’ emozione e procede nel percorso della riflessione verso la conoscenza che, per sua natura, deve essere condivisa nella comunicazione.Solo così ci si può rendere conto pienamente dell’ esistenza di due mondi paralleli e distinti, atavica creazione umana che ha percorso la storia fino ad oggi nella sottomissione, violenza, emarginazione dell’ universo femminile.Dal mondo islamico alle profondità dell’ Africa, dall’ Asia orientale alle isole del Pacifico, tra le Ande e le foreste americane, gran parte dell’ esistenza delle donne di razze, culture e religioni diverse è spesso un insopportabile “fardello”, vita quotidiana, lavoro, famiglia, la maternità stessa.Niente è più efficace dell’ immagine per percepire tale realtà, anche quando mostra volti apparentemente distesi nella vita quotidiana, nel lavoro, nell’ allattare i bambini o nel portarli per mano, ma quel “velo” è sempre presente anche se non è un burqa o un chador islamico, è presente negli sguardi, negli occhi, nell’ emanazione della malinconia di milioni di donne che percepiscono la negazione della loro esistenza.Un’ esistenza segnata da “fardelli” che comincia dalla nascita, poco apprezzata, continuando nell’ adolescenza spesso negata, nei matrimoni combinati, nella famiglia opprimente, nel lavoro sottomesso ed emarginato, nella maternità faticosaQueste immagini sono state realizzate viaggiando a lungo in tutto il mondo per cogliere l’ articolata uniformità di questa condizione; partendo da una ricerca antropologica ed estetica per poi intuire quell’ esistenza documentandone i “fardelli” anche quelli che apparentemente non sembrano tali.Sono realizzate con una visione del mondo che esalta il senso della vita e della bellezza che danno speranza e aiutano a cambiare, rifiutando i facili effetti emotivi di immagini di sofferenza e disperazione che comunicano solo impotenza. Un uomo che ritrae donne in questa prospettiva può essere un valore aggiunto, un omaggio al genere femminile, sempre inserito in un contesto reale e di attualità.La mostra fotografica è un percorso attraverso i continenti, tra realtà e culture diverse, ma nelle quali quel “fardello” delle donne è sempre presente nelle sue manifestazioni più evidenti e nascoste. Immagini esclusive e originali di vita femminile nel mondo, una compresenza di colori, contrasti, volti e paesaggi dove lo scorrere delle sensazioni è una questione di spazio, ma anche di tempo.

©Paolo Del Papa

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mostra fotografica Un Mondo di Donne

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