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Antica Corsica

19 ottobre 2006

Dal Quaternario in poi Corsica e Sardegna probabilmente erano collegate tra loro da bassi fondali e periodiche terre emerse e forse anche con le coste italiane nel lungo periodo tra il cinquantesimo e il decimo millennio a.C., che ha visto la presenza umana in Corsica.I resti di ossa rinvenuti ad Araguina Sennola, vicino a Bonifacio, sono databili al 6570 a.C., nel pieno del neolitico dell’ isola popolata da comunità di cacciatori e agricoltori alle quali seguirono verso l’ inizio del VI millennio gruppi più organizzati che ben presto si trasformarono in allevatori e agricoltori sedentari. Essi furono i protagonisti del neolitico antico o ” cardiale “, a causa delle loro ceramiche che decoravano con la conchiglia – cardium. Resti di questa cultura neolitica sono stati rinvenuti a Filitosa, Vizzavona , Levie, Aleria, Bonifacio e St.Florent, Dalla metà del V millennio a.C.oltre all’ evoluzione degli insediamenti interni vennero popolate le coste da pescatori e allevatori el’ , pur essendo nota, rimane un’attività marginale. Per fabbricare utensili e ceramiche erano utilizzate anche alcune tecniche provenienti dal continente, il che rivela I’inizio della navigazione.II neolitico calcolitico ,dal greco khalkos rame, si sviluppò in Corsica tra il 2800 e il 1800 a.C., si assiste ad un maggiore sviluppo della coltivazione dei cereali, come dimostrano numerose macine risalenti a quel periodo, trovate durante alcuni scavi. I defunti erano posti in celle funerarie e successivamente in dolmen. Su tutta I’isola compaiono i megaliti. Nei pressi di Aleria, sono state trovate tracce di metallurgia del rame, risalenti al 2600 a.C., una delle testimonianze piu antiche del bacino mediterraneo.La civiltà megalitica che in Corsica fiorì tra il IV e il I millennio a.C. al 1000 a.C. , fu studiata per la prima volta nel 1840 da Prosper Mérimée, con la descrizione di numerosi monumenti megalitici rinvenuti nell’ isola. Al suo inizio la cultura megalitica aveva caratteri di una civiltà di allevatori e agricoltori con particolari usi, come la sepoltura dei defunti i in celle funerarie e successivamente in dolmen. Contemporaneamente si assiste alla comparsa di blocchi monolitici verticali, alti talvolta 4 m: si tratta dei menhir, monumenti funerari a volte isolati, a volte raggruppati in cerchio o allineati. Da questo punto di vista, la ricchezza della Corsica rappresenta un patrimonio veramente eccezionale nel bacino mediterraneo. I menhir sono stati ritrovati a centinaia nell’isola e, sicuramente, ne esistono ancora molti altri non ancora portati alla luce dagli scavi archeologici. Nell’età del bronzo tra il 1800 e ’800 a.C, comparvero le statue “menhir”, contemporanee ai “castelli” fortificati ed alle “torre”. Di questi monumenti ne sono stati rinvenuti un’ ottantina con caratteri antropomorfi e su quelli ritrovati nel Nord dell’isola è possibile rilevare alcuni dettagli anatomici e tracce più incerte, forse riferibili ai particolari delle vesti, mentre le statue del Sud sono spesso decorate con armi.Per alcuni archeologi, i popoli della civiltà megalitica avrebbero voluto rappresentare in questo modo il nemico ucciso in combattimento per appropriarsi della sua potenza, come troviamo in Aristotele che scrisse “Gli iberi, popolo bellicoso, innalzavano intorno alle loro tombe un numero di obelischi pari a quello dei nemici uccisi dal defunto durante la sua esistenza”. Tuttavia in Corsica questo tipo di menhir dovevano rappresentare solo personalità defunte o divinità, come testimoniano i resti nella zona di Sartene e nella valle Taravo, il dolmen di Fontanaccia, gli allineamenti di Cauria, Palaggiu e Stantari. I resti megalitici nelle zone di Niolo, Nebbio e i Balagna sono parte del paesaggio da sempre e gli abitanti chiamano i dolmen stazzone e i menhir stantare. Verso il 1600 a.C. si sviluppò la “civiltà torreana”, dai numerosi monumenti a forma di “torre” eretti in quell’epoca, simili ai nuraghi sardi. Queste costruzioni, non fortificate e talvolta molto semplici, hanno un diametro di circa dieci metri, con al centro un piccolo spazio circolare di 2 m. di diametro. Altre, molto più ampie, prevedono, oltre ad un monumento centrale, anche una zona abitativa costituita solo da qualche capanna o persino da un vero e proprio villaggio. In genere sono dotate diuna cinta fortificata. Quando, nel 1954, questi resti torreani furono sottoposti per la prima volta a seri studi, si credette di poterli attribuire ad un popolo di invasori ,poteticamente mediorientale,sbarcati nei dintorni di Porto Vecchio, respingendo le popolazioni verso il Nord dell’isola. In ogni caso comunque le costruzioni erette da questo popolo bellicoso avrebbero avuto una funzione di culto. L’ipotesi più attendibile sostiene che la civiltà torreana sia stata determinata da un’evoluzione meno violenta della popolazione insulare megalitica, a cui abbiano contribuito anche contatti con popolazioni straniere dovuti a normali scambi commerciali, peraltro comuni all’interno del bacino mediterraneo. In questo quadro, i monumenti torreani sembrano aver assolto piuttosto un ruolo utilitario, destinato a rispondere alle necessità di una società rurale in cui era già presente l’attività artigianale. I resti più rilevanti di questa civiltà sono indubbiamente quelli rinvenuti nelle zone di Levie e Porto Vecchio. Particolarmente i cosiddetti “castelli”castello di Cucuruzzu,Arraggio e Torre, oltre il vasto sito megalitico di Filitosa.

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