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Gli Arabi

4 febbraio 2007

l mondo musulmano, nel corso dei primi secoli della sua storia, aveva dato un forte impulso agli studi e ai viaggi. Raggiunta la piena maturità già nel x secolo, era l’unico in grado di avere una visione se non proprio completa, certo la più vasta possibile di tutto il Vecchio Mondo. Da una parte aveva beneficiato dell’eredità classica e orientale, attingendo dall’Egitto, dalla Mesopotamia, dall’Iran come pure dalla Grecia. Avendo raccolto quel sapere che altrove andava perduto, esso era in grado di fare da intermediario tra l’antichità e i tempi moderni. Inoltre conosceva, anche se in maniera disuguale, le due regioni estreme dell’Eurasia, il che, ancora una volta, gli avrebbe permesso di fare da intermediario, questa volta tra l’Estremo Oriente e l’Estremo Occidente, e aveva rapporti con una parte dell’Africa nera.
Una civiltà dalla grande vocazione di viaggiatori, simboleggiata da Sindbad il Marinaio nelle Mille e una notte, gli arabi si spostavano per vari motivi, essenzialmente per il mercantilismo che sviluppava un’economia fiorente, sostenuti dalla potenza politica e militare, sempre pronta a rispondere al precetto della guerra santa, la gihad. Così si spingevano fino ai confini della terra per cercare tesori e per portarvi la legge di Maometto. Il pellegrinaggio alla Mecca, lo bagg, obbligatorio per ogni credente adulto, agiato e in buona salute, manteneva viva questa vocazione al vagabondaggio, e ogni musulmano diventava un itinerante. L’universalismo, per definizione non razzista, li faceva penetrare dappertutto, poneva, al di sopra dei principati, un’istanza di ecumenicità. In epoca omayyade furono probabilmente ridotti i contatti politici e commerciali con l’estero: tutto era volto alle conquiste, benché gli annali cinesi citino non meno di diciannove ambascerie arabe tra il 716 e il 759. Sotto gli Abbasidi e dopo la fondazione di Baghdàd, e poi di Samarra, nel IX secolo, i viaggi ricevettero un notevole impulso. Gli arabi dell’Oman, regione favorita dalla posizione geografica e dalla regolare alternanza dei monsoni, ebbero il privilegio di essere tra i primi marinai del mondo islamico a navigare verso l’India e verso l’Estremo Oriente. Nella prima metà del n secolo dell’Egira, un abitante dell’Oman acquistò una certa notorietà come il commerciante che «partì per la Cina e poi ne fece ritorno». Alcuni decenni più tardi, uno dei suoi compatrioti, abitante a Bassora, diventerà celebre per lo stesso motivo, ma noi sappiamo bene che solo il caso dette fama a quei due uomini e che come loro ce ne furono molti altri. E per quei navigatori, infatti, che nell’85 i fu scritta da un anonimo la più antica relazione che ci sia mai pervenuta sull’India e sulla Cina, Akhbar as-Sind wa’l Hind, una piccola raccolta di note senza pretese, ma molto precise, che sarà completata nel 915 da Abù Sa’id di Siraf. Si può avere un’idea della sua qualità dal semplice fatto che in essa si cita il tè, conosciuto in Cina almeno fin dal in secolo e diventato monopolio di stato verso l’830: annotazione che non sarà fatta, incredibilmente, da nessun autore musulmano posteriore, a eccezione di al-Biruni, nè da nessun esploratore del medioevo.Nel X secolo, mentre Abù Sa’Td completava il racconto dell’851, altri due Akhbar venivano scritti con i rispettivi titoli di Meraviglie dell’india e Meraviglie del mare. Da quel momento, i musulmani so-no presenti dappertutto. Disseminano empori lungo le coste dell’Africa orientale, passando ben oltre l’equatore senza tuttavia allontanarsi dalla fascia costiera. È dal nord, dalla valle del Nilo e dalle piste transahariane che penetrano nel Paese dei negri, Bilaad as-Sudan.. Nel 785 sono così numerosi a Canton, da provocare sommosse e due anni dopo migliaia di mercanti musulmani vengono uccisi durante una guerra nel Kiangsu Molto più tardi, quando Ibn Battutah visiterà il quartiere musulmano di Canton vi troverà moschee e bazar, e una popolazione soggetta all’autorità di un cheikh al-Islam e di un cadi. Gli scali, ben noti attraverso i testi degli .Akhbar del X secolo e le fonti successive, vedono anche un inizio spesso promettente di colonizzazione. Fin dal Ix secolo, a Zanzibar, nelle Comore, a Madagascar sorgono colonie di cittadini dell’Oman e di trafficanti venuti dal golfo Persico. Nell’Annam sono state rinvenute due iscrizioni arabe del 1039 che attestano la presenza di una piccola comunità di immigrati dal Vicino Oriente, probabilmente mercanti. Intorno all’anno mille, sorgono agglomerati arabi sulle coste di Giava e di Sumatra, preludio dei futuri sultanati che affermeranno il loro dominio su quasi tutte le isole della Sonda.Lo splendore delle corti dei califfi faceva sì che si moltiplicassero le ambascerie, e i rappresentanti dei successori del Profeta univano la loro esperienza a quella dei mercanti, dei guerrieri e dei missionari. ‘Abd al-Ralìmàn di Cordova (912-61) aveva delegati in Germania, in Lombardia, in Sicilia. Ibn Fadlan veniva inviato intorno al 920 dal califfo di Baghdàd presso i bulgari turcofoni che si erano appena convertiti all’Islam, nonostante la distanza che li separava dalle terre dell’umm~h. Si trattava dell’alto Volga, alla confluenza con il Kama, alle soglie del Paese delle Tenebre, delle grandi foreste settentrionali. Egli ne riportò un’eccellente relazione di viaggio, una delle rare fonti sui turchi occidentali e settentrionali del x secolo. I rapporti tra Hàrùn al-Rashid e Carlo Magno, probabilmente non molto stretti, furono sorprendenti; tra i tesori dei re di Francia figura infatti una scacchiera, dono del celebre califfo di Baghdad al restauratore dell’impero d’Occidente.Se i musulmani di Spagna e del Maghreb mantenevano relazioni diplomatiche con la cristianità, quelli d’Oriente vi prestavano atten zione solo raramente. I paesi latini non erano tenuti in grande stima e non sembravano in grado di dare un qualche apporto all’Islam. Nel x secolo, al-Muqaddasi afferma che non vi è niente di interessante da dire sulle terre degli infedeli. Neanche fonti meno sprezzanti mostrano una grande curiosità. Il Hudud al-’Alam, trattato persiano di geografia del 982, cita sette od orto volte la Francia (Frandja), ma vi dedica solo una riga. Sembra sapere che la (Gran) Bretagna (Baritinzjya) è «l’ultima delle terre di Rùm» (del «paese romano») e ricorda che Roma fu un tempo sede dei re di tutti i paesi europei. I grandi maestri sono evidentemente più eruditi e le loro descrizioni non mancano di competenza. Al-Mas’ùcli vede la Francia come un paese dal clima freddo, dal suolo di valore disuguale benché molto produttivo. I suoi abitanti, dice, sono sporchi, perché si lavano solo una o due volte l’anno. Sono bravi guerrieri. Il loro re è abile e potente. Possiede centocinquanta città. Sono molto rari coloro che dicono di più, un al-Idrisi e alcuni viaggiatori come al-Harawi (xu-xIII secolo), il quale lascia una descrizione fantastica di Costantinopoli che appartiene al filone delle Mirabilia, già ampiamente diffuse, siano esse latine, bizantine, ebraiche e, lo si è visto dal titolo degli Akhbar, anche musulmane.
Tuttavia, gli scambi con l’Occidente non erano così ridotti come si vuol fare credere. Ritrovamenti di daràhim d’argento tracciano un cammino commerciale che segue il corso dei fiumi dell’Europa orientale, raggiunge il Baltico, l’Europa centrale, la Francia e la Spagna. In breve, se un franco poteva ignorare che vi fosse la Cina, e un cinese non sapeva che vi fosse la Francia, un arabo, a metà strada tra i due paesi, poteva dissertare dell’uno e dell’altro.L’ Islam era un organismo sociale, politico, culturale ben strutturato e disponeva di un alto livello intellettuale e tecnico. Quello che un arabo apprendeva, veniva annotato, divulgato, studiato e serviva agli altri. Accanto agli uomini di mare incolti, non mancavano viaggiatori eruditi, capaci di discernere tra il vero e il falso.Ad essi si devono alcune informazioni, che spesso vanno analizzate con spirito critico, ma che sono in gran parte esatte. Abù Sa’id di Siraf, nel X secolo, poteva già scrivere: «Mi sono astenuto dal riportare le storie menzognere che raccontano i marinai e alle quali essi stessi non credono. E preferibile limitarsi alle informazioni autentiche, anche se esse sono poco numerose». Così facevano anche gli iguoti autori degli Akhbar. E così faranno spesso coloro che scriveranno le Rilah, o racconto di pellegrinaggio, un genere letterario specifico molto apprezzato, ma decisamente occidentale, in quanto l’Occidente musulmano vedeva nell’Oriente musulmano non solo la terra dei luoghi santi, ma anche la culla del sapere. Prima di Ibn Battùtah, il più celebre dei viaggiatori cronisti, è Ibn Giubair di Valencia, partito da Granada il 10 febbraio 1183 passò dall’Egitto, dove risalì il Nilo fino a Qus, vicino a Luxor, attraversò il mar Rosso, soggiornò otto mesi alla Mecca, seguì la carovana diretta a Baghdad, visitò le città dell’Iraq e della Siria, approdò a Messina dove rimase più di cento giorni dopo una lunga e difficile navigazione conclusasi con un naufragio; giunse poi a Cartagine e, infine, fece ritorno a Granada il 25 aprile 1185. La sua celebre Rilah, che riporta tutto ciò che egli ha visto e udito, «meraviglie dei paesi, bellezza rara dei monumenti commemorativi, splendore degli edifici pubblici» è, per le intenzioni e i risultati, un prototipo delle relazioni di viaggio che verranno scritte in seguito.Accanto ai viaggiatori, alcuni eruditi compilatori, accusati di essere viaggiatori «da camera», e talvolta lo furono veramente, fecero opera scientifica: Ibn Khurd, Ibn al-Faqih, Ibn Rusta e alcuni altri. Nel X secolo, lo scrittore al Mas’ùdi e lo scienziato, al-Biruni, ripresero ciò che era stato scritto prima di loro. Se al-Biruni conosceva assai bene le Indie, egli deve probabilmente le sue informazioni sulla Cina ai suoi predecessori. Quanto ad al-Mas’fidi, egli ha fama di aver visitato l’Egitto, l’India, Ceylon, la Malesia, la Cina, di aver navigato sull’oceano Indiano, toccato il Madagascar, l’Africa orientale, l’Oman, e di essere approdato in Asia centrale passando dal mar Caspio. In seguito al declino del commercio internazionale, corrispose intensa attività dei cronisti i. A metà del XII secolo, un arabo di Sicilia, alIdrisi, scrisse per il re normanno Ruggero un «divertimento per chi desidera visitare le diverse parti del mondo», un vero e proprio trattato di geografia, illustrato da un planisfero e da sessantotto carte a colori, in cui, secondo il costume islamico, il sud si trova nella parte alta della pagina. Se ha ancora molto della compilazione, quest’opera offre informazioni dirette sui paesi mediterranei e sull’Europa: egli aveva attraversato la Francia e l’Inghilterra e si era per lo meno informato sulla Scandinavia.Nel XI secolo, i marinai di Amalfi, di Genova, di Venezia e di Maiorca avevano appreso dagli arabi, a loro volta dai cinesi, che l’ago calamitato si orienta verso il nord: si trova la prima menzione della bussola in una poesia risalente al 1190. Già nel 1145, Roberto di Chester aveva fatto una traduzione dell’algebra di al-Khuwarìzmì del IX secolo e Leonardo Pisano, detto Fibonacci, aveva introdotto le cifre arabe, di origine indiana, con la nozione fondamentale dello zero.Se la civiltà cinese esercitò una grande attrattiva sulla civiltà musulmana, il suo pensiero le restò precluso, al contrario di quello indiano, le cui scienze ebbero una grande influenza, dall’ India che la letteratura araba trasse le Favole di Bidpai magnificamente illustrate dai pittori, la Storia dei sette visir e, quanto meno, l’ambientazione delle Mille e una notte. In seguito la filosofia musulmana trasse concezioni da quella indiana, probabilmente anche la mistica del sufismo fu influenzata dalla Bagavat Gita e degli yogi.In Africa i grandi imperi subsahariani, quello del Ghana sorto nel VIII secolo, quello successivo del Kanem nel VIII secolo e del Mali nel XII secolo, alle frontiere del Ciad e del Niger, avevano intensi scambi commerciali con i Maghreb. Il Mali controllava il corso dei fiumi Senegal, Gambia e Niger fino alle frontiere dell’attuale Nigeria nel XIV secolo e il suo sovrano, Kango Mussa, andava alla Mecca per spendervi una tonnellata e mezza d’oro, facendo crollare il corso del metallo giallo nel Vicino Oriente nel 1324.Fallito nell’ VIII secolo il tentativo da parte degli Omayyadi di impadronirsi di quegli stati, accadde però che i paesi a nord e a sud del grande deserto fossero uniti sotto una stessa corona, al tempo degli Almohadi e degli Almoravidi. Non vi sono relazioni di viaggio anteriore a quella di Ibn Battfìtah, e le note dei geografi arabi sono spesso di difficile decifrazione. Sappiamo poco anche sulle piste che portavano in quei paesi, e sull’Africa nera stessa. Riusciamo a identificare soltanto qualche oasi, ma in compenso sappiamo quali erano i principali punti di partenza e d’arrivo dei carovanieri. A oriente vi era Gadames, porta della Tunisia, che allora si chiamava Ifriqiya, in relazioni privilegiate con il regno di Kanem. A occidente c’era Tlemcen, il principale punto d’arrivo delle vie commerciali sudanesi che il Marocco cercavano di far deviare a se fondando Sidjilmasa. Ma da questa città, per raggiungere Fez, bisognava valicare l’Alto Atlante e, inoltre, la capitale marocchina era relativamente distante dal mare, cosa che non valeva per Tlemcen, servita dal porto di Orano. Da Tlemcen o da Sidjilmasa, si imboccavano le piste del sud che finivano a Oualata , a nord degli imperi del Ghana e del Mali, dove alle carovane sahariane davano il cambio quelle dei neri, più tardi a Timbuctù, sua antica rivale. Tutto il traffico era in mano ai musulmani sia nel Magbreb che nel Mali, o anche sulle piste rranssahariane controllate dai berberi, in particolare dai tuareg.Gli scambi commerciali del Ghana e del Mali diventarono fondamentali per il commercio mondiale, tali regni vendevano schiavi, avorio e sale, ma soprattutto l’ oro estratto dai bacini dell’alto Niger e dell’alto Senegal, e più tardi anche quello proveniente dai territori bagnati dal golfo di Guinea. Acquistavano in cambio tessuti, armi, metalli, prodotti d’uso quotidiano e generi di lusso, a volte venuti da molto lontano, persino dalle Maldive, si dice. L’oro arrivava in lingotti, poi attraversava il mare per raggiungere l’Italia o la Catalogna. Là, veniva introdotto in un altro circuito che andava alle Indie, in Cina, per comperare le spezie e la seta. In breve, il «Sudan» era la fonte principale dell’oro che scorreva in tutto il sistema venoso dell’Eurasia. Si è arrivati a paragonare la ricchezza e il prestigio dei grandi mercanti italiani dello stesso periodo a quelli di certe grandi famiglie africane di commercianti che avevano empori a Tlemcen, a Sidjilmasa e a Oualata e mantenevano in efficienza la via del deserto, pagavano le guide, tenevano puliti i punti d’acqua.

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