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La scoperta del Paradiso

8 febbraio 2007

Gli antichi sostenevano che all’estremità dell’Asia si trovava il Paradiso Terrestre e quando Colombo arrivò nelle Antille ne ebbe conferma dai rilievi coperti di foresta tropicale fino a spiagge bianchissime sul mare di smeraldo, uccelli di tutti i colori sciamavano a centinaia tra gli alberi e animali ignoti che frusciavano rapidi nel sottobosco vellutato, piante dai frutti rigogliosi nell’aria profumata dalle essenze di una natura splendida e selvaggia.Con il suo secondo viaggio Colombo scoprì le Piccole Antille incrociando le Isole Vergini,  St.Croix, St.Kitts, Antigua, Guadalupa, Dominica e altre, nel terzo raggiunse le più merdionali Trinidad e Tobago e nell’ ultimo navigò ancora nell’arco che va da Martinica a Portorico, perfezionando quella rotta seguita da tutti gli altri navigatori dopo di lui e che collegava la prima colonia di Hispaniola al continente.La rotta seguiva il ventaglio di isole scoperte da Colombo e dagli altri primi esploratori che offrivano rifornimenti e approdi sicuri, tutte ribattezzate dagli inglesi Leeward Islands o Isole Sottovento e Windward islands o Isole del Vento.Vette di montagne sommerse formate da antichi vulcani che si congiungono al continente nelle profondità marine e che emergono, una dopo l’altra, dai riflessi corallini del mar dei caraibi come lembi di paradiso.Le isole che si stendono come un grande arco nel mar dei Caraibi furono chiamate Antille, dalle misteriose terre di “Antilia” degli antichi geografi: le “grandi” Cuba, Hispaniola, Portorico e Giamaica e le “piccole”, una multitudine di isolette coperte di vegetazione e difese dai flutti dell’Atlantico dalle barriere coralline. Con il traffico degli schiavi neri sono diventate piccole scaglie d’ Africa, negri e strane usanze dai riti antichi e origini perse nelle stive dei vascelli negrieri e nel sudore secolare delle piantagioni. A lungo coloni, avventurieri e pirati dominarono le Antille dopo la strage degli indigeni: fiorirono piantagioni e traffici, città e porti incrociati dai vascelli europei, poi le catene furono spezzate e gli schiavi divennero braccianti ai quali si aggiunsero immigrati meticci, europei, indiani e cinesi in una babele di razze, tradizioni, lingue e religioni unite nelle colonie spagnole, inglesi,francesi e olandesi.Dalla spagnola e meticcia Cuba alla britannica negritudine di Giamaica, dai bastioni castigliani di Portorico alla prima colonia di Colombo a Santo Domingo che si divide l’ antica Hispaniola con la francofona Haiti creola.Poi è un susseguirsi di isolette, ognuna uno staterello dove i discendenti degli schiavi neri hanno assunto vizi e virtù dei vecchi padroni bianchi: olandesi a Curacao e St.Marteen, francesi a Guadalupa e Martinica, britannici a St.Lucia, Barbados, Antigua,Grenada, ormai confusi tra indiani e cinesi a Trinidad e Tobago.La scoperta dell’America rivoluzionò l’economia mondiale favorendo lo sviluppo delle grandi potenze europee e la loro spartizione,il flusso commerciale tra l’Europa e l’America divenne primario, provocando anche la decadenza delle tradizionali rotte con l’oriente.

La scoperta del Continente
Dopo le scoperte di Colombo, i”conquistadores”che si spinsero nell’interno dell’America non trovarono solo gruppi tribali, ma grandi civiltà organizzate con vie di comunicazioni spesso superiori a quelle europee dell’epoca. Il vasto sistema stradale degli Incas permetteva i collegamenti tra tutti gli angoli dell’impero, dall’Ecuador al Cile con opere di elevata tecnologia per superare le varie barriere naturali delle Ande con le carovane di lama attraverso l’enorme territorio incaico. Alla ricerca del mitico “Eldorado” si aprì una via che attirò conquistadores, avventurieri, missionari e studiosi attraverso le foreste e le montagne dell’America centrale, i Caraibi e il Sud America, travolgendo in pochi anni civiltà e popolazioni.“….Furono più di cinquemila gli indios morti quel giorno, tra i quali tremilacinquecento per ferite da armi. Tra la folla c’erano poi vecchi inermi, donne e bambini; giacchè un’enorme quantità di gente di ogni età e sesso era venuta per ascoltare e festeggiare coloro che consideravano dei….”.Così Garcilaso de La Vega,nella sua Historia general del Perù, descrive il primo massacro compiuto dai conquistadores spagnoli in Perù con cui catturarono l’ Inca Atahualpa, segnando la fine del Tahuantinsuyu, uno dei più vasti imperi della storia che si estendeva dalla Colombia al Cile, il desertico litorale pacifico, la cordigliera delle Ande e i margini occidentali della foresta amazzonica.Un territorio con milioni di abitanti organizzati in comunità socio-economiche, gli “ayllus”, ognuno dei quali comprendeva clan e famiglie con la propietà comunitaria della terra, il cui equilibrio fu spazzato via da un pugno di avventurieri .Ogni ayullu era diretto a un capo “mallcu” e da un consiglio degli anziani; diversi ayllu formavano un distretto, più distretti un territorio, più territori un “suyu”,uno dei quattro “Cantoni del Mondo”, governato dall’”Adu”, ma sopra tutti era l’ Inca, rappresentante in terra del Dio Sole Inti che regnava dal centro dell’impero nell’  “Ombelico del Mondo” Qsqo.Era la capitale dal cui grande Tempio del Sole, il Korikancha, partivano le quattro vie orientate verso i “suyu”: Chinchasuyu, Contisuyu, Collasuyu e Antsuyu, con le quali gli Incas avevano creato uno dei più vasti sistemi di comunicazione della storia che dalla Colombia e l’ Ecuador permetteva di raggiungere l’estensione meridionale delle Ande in Cile e in Argentina e che costituì la via della violenta conquista spagnola, dei conquistadores e gli avventurieri alla ricerca del leggendario “Eldorado”.

Alla ricerca di Eldorado
Durante il primo periodo dell’ invasione spagnola, si diffuse una leggenda secondo la quale gli Incas avrebbero costruito delle città ricchissime nelle zone più inaccessibili della “selva alta” amazzonica e delle Ande, si scatenò la cupidigia dei conquistadores attraverso l’ immenso territorio dell’impero incaico sulle antiche vie di comunicazione e aprendone di nuove per penetrare nelle zone più remote alla ricerca delle favolose città nascoste. Diverse  scoperte archeologiche, come la “Ciudad Perdida” dei Tairona in Colombia, Tingo Kuelap in Perù e alcune rovine di centri urbani in Ecuador, Bolivia e Argentina hanno ridato vita all’antica leggenda e al mito di “Paititi”, la misteriosa città costruita dagli Incas per sfuggire ai conquistadores dopo la rovinosa caduta del loro impero.Tra storia, leggenda e avventura il reportage percorre gli itinerari degli avventurieri che cercarono a lungo tesori nascosti, ma che aprirono le vie anche a studiosi, archeologi e viaggiatori sulle antiche strade imperiali e le nuove vie tra le Ande e l’ Amazzonia, dalla Colombia alla Patagonia, tra ambienti grandiosi, rovine di città perdute, villaggi dimenticati e, soprattutto, la cultura delle comunità indios sopravvissute che hanno conservato tradizioni che affondano nel mito.“…vedemmo delle indiane armate di archi e frecce che accompa­gnavano gli uomini al combattimento e lottavano con più coraggio di loro e facevano pensare alle Amazzoni…”Un’impressione del missionario Gaspare Carijal in una delle primissime cronache di viaggio nel più grande bacino fluviale del mondo attorno al 1540: dal quel giorno il maestoso fiume che scorre dalle Ande all’Atlantico, tra la foresta vergine, fu il “Rio delle Amazzoni”. Tuttavia, la leggenda del ”fiume delle donne guerriere” é molto più antica, vi é infatti un mito degli indios brasiliani Tupiche narra di un tempo in cui gli uomini erano schiavi delle donne che si univano sessualmente con loro solo una volta all’anno.L’ eroe mitico Jurupari apprese dagli spiriti della foresta i segreti magici e religiosi che dettero forza agliuomini e permisero loro di ribellarsi alle donne sottomettendole. Un giorno, però, un dio più potente mandò i suoi “demoni ad invadere il territorio degli antenati: i bianchi con le loro armi e la loro sete di ricchezza che, da quel momento sconvolsero l’ordine naturale ed umano della foresta attorno al grande fiume. L’Amazzonia entrò anche nella “leggenda” dei bianchi e attrasse progressivamente esploratori, conquistatori, missionari, coloni e avventurieri che ne intuirono subito le enormi possibilità di ricchezza.E’ la “terra dei primati” in assoluto: il bacino idrico più vasto del mondo, la foresta tropicale più estesa e le piante più gigantesche, gli animali più strani e le popolazioni più isolate, un immenso patrimonio di risorse naturali che aspettano di essere sfruttate fin da quando i primi esploratori europei comin­ciarono a penetrare la jungla.La popolazione originaria dell’Amazzonia brasiliana é rappresentata da cinque grandi gruppi linguistici, ognuno dei quali costituito da varie tribù: i Pano, i Caribi, i Ges, i Tupi e gli Arawak, in buona parte sterminati dai colonizzatori bianchi. Poco popolata nell’interno, la maggiorparte degli abitanti si concentra nelle città come Belem, Brasilia, Boa Vista, Porto Velho, Manaus e nei centri di colonizzazione sui fiumi navigabi­li o lungo la pista “Transamazzonica”, iniziata solo nel 1970 e portata avanti nei tempi di record tra difficoltà incredibili, negli ultimi tempi sono stati costruiti anche tronconi trasversali che collegano tra loro zone prima completamente isolate, destinate ad accogliere centri di colonizzazione e di sfruttamento della jungla. La “perimetrale norte”, che unisce il Venezuela al Brasile, rende possibile un sogno preseguito per anni: passare per via terra dal grande bacino dell’Orinoco a quello dell’Amazonas fino a Manaus e, da qui, fino alla Bolivia e le Ande. Anche ciò ha avuto i suoi spaventosi costi di vite umane, il mostruoso sterminio degli indios della foresta, le vittime di un progetto tanto grandioso quanto spietato e violento.
© Paolo Del Papa

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